Lo Psicoterapeuta  come strumento per il raggiungimento della consapevolezza.

Psicoterapeuta roma

Lo psicoterapeuta accresce la consapevolezza dei processi, le capacità autoriflessive del cliente e questo può determinare un progresso positivo nel funzionamento psicologico ma anche  un cambiamento sostanziale che richiede che il lavoro clinico raggiunga in profondità le potenzialità creative, ristrutturanti dell’individuo. Ci riferiamo non solo a ciò che egli mostra di saper fare nel presente, ma anche ai percorsi che potrebbe intraprendere abbandonando la rigida protezione delle proprie certezze ed esplorando alternative innovative. La psicoterapia, cogliendo e validando la sofferenza del paziente nel prendere distanza da schemi patologici divenuti per lui una base sicura, si differenzia da alcuni orientamenti di pensiero più recenti che conferiscono alle abilità individuali un potere curativo pressoché assoluto, sottostimando il peso degli ostacoli ambientali e della storia personale. La possibilità di una scelta autonoma in grado di superare e integrare la sofferenza ci fa pensare a tante situazioni cliniche incontrate; la nascita, nella vita del paziente, di uno scenario evolutivo che non sia solo la somma delle parti che egli è riuscito razionalmente a legare, ma anche e soprattutto il risultato di un’originale scoperta di sé, che costituisce il reale obiettivo della psicoterapia .

Lo psicoterapeuta promuove risorse personali che nella storia di vita del paziente sono state fortemente limitate da vari fattori, quali una famiglia invischiante, un genitore ipercritico, e molti altri. I bisogni del soggetto che si rivolge allo psicoterapeuta  sono stati spesso ignorati, negati esplicitamente o trasformati attraverso l’attribuzione di significati distorti. Spesso hanno rappresentato un elemento antagonista all’espressione e alla cura dei bisogni del caregiver (figura di accudimento di riferimento), il quale non è riuscito a togliere sé stesso e le proprie emozioni negative dal centro della relazione. Il paziente in questi casi ci porta un vissuto di sofferenza legato alla difficoltà di entrare in contatto con le reali priorità della sua esistenza; queste possono essere riconosciute sul piano razionale ma complicate da raggiungere attraverso un percorso emotivo, oppure scarsamente individuate. Il soggetto può essere tuttora impegnato in un’opera di accudimento invertito nei confronti delle figure genitoriali, e provare colpa al solo pensiero di lasciarle andare, di staccarsi da esse per pensare ai propri scenari di sviluppo. Col procedere della psicoterapia assistiamo spesso ad un cambiamento significativo, in virtù del quale egli comincia ad occuparsi di sé e a rendere progressivamente marginali quei comportamenti che in precedenza costituivano il nucleo delle sue relazioni problematiche.

Esiste naturalmente un continuum di gravità nella potenza dell’invischiamento iniziale, nonché una vasta gamma di modalità con cui si verifica la successiva separazione, ma non di rado le percezioni del paziente riguardano un consistente incremento di una tendenza definita con termini diversi: egoismo, spirito di conservazione, autoconsapevolezza, indipendenza. Persino menefreghismo, quando il senso di colpa induce a minimizzare il valore positivo del cambiamento che si sta compiendo. Poco alla volta il soggetto realizza di essere stato passivo nella relazione di coppia, incapace di proteggere i propri confini dall’ansia materna o dai rimproveri paterni, quasi mai assertivo nel sostenere uno scopo personale a fronte di richieste illegittime dell’ambiente. Lo psicoterapeuta favorisce un irrobustimento dell’individualità, un benedetto egoismo. Diventa quasi inevitabile ricorrere ad un ossimoro per descrivere questo fenomeno, poiché l’egoismo è un valore tanto perseguito dalle società occidentali quanto contrario ad una convivenza serena tra gli esseri umani.

In psicoterapia però non ci proponiamo di liberare il cinismo latente che alberga nel paziente, né di convincerlo della bontà di comportamenti che escludano il prossimo dalla condivisione di emozioni ed esperienze positive: sarebbe un egoismo maledetto. Lo psicoterapeuta pone, invece, un interrogativo sulla scelta: corrispondono davvero ad un reale bisogno del paziente le modalità con cui egli ha imparato a strutturare le relazioni interpersonali? La scelta di anteporre costantemente gli scopi altrui ai propri è stata consapevole, libera e finalizzata alla crescita personale? Oppure avrebbe desiderato qualcosa di diverso, se solo fosse riuscito a mentalizzare ciò che stava accadendo e a non sentirsi colpevole per la propria autonomia?

Accade sovente che rispondendo a queste domande il paziente si arrabbi, sia con coloro che hanno ignorato la sua individualità sia con sé stesso per non essersi opposto prima, e non di rado possiamo assistere ad un rapido aumento dei comportamenti oppositivi, ad una rivendicazione forte dell’autonomia che comincia finalmente a profilarsi. Lo psicoterapeuta aiuta a mio avviso a conciliare le due fasi, a generare una sintesi fra tesi e antitesi: il paziente diventerà liberamente capace di creare uno spazio di vita pacifico nel quale i desideri di autorealizzazione non vengano soppressi. O almeno è questo il fine ultimo del lavoro che conduciamo insieme a lui. Con un pizzico di benedetto egoismo.