le vostre mailsIn questa pagina sono riportate alcune delle e-mail inviatemi da coloro che cercano un consiglio,un parere professionale o, semplicemente, da chi vuole raccontarmi la propria storia. Per scrivermi potete usare la pagina dei Contatti  all’interno del Form a vostra disposizione. Vi sarà garantita la massima privacy. Le vostre storie saranno pubblicate solo ed esclusivamente  con il vostro consenso, basterà specificarlo nella e-mail. Potete usare il vostro nome o un nome di fantasia. Per me sarà un vero piacere ricevere e rispondere alle vostre e-mail.

Allora… aspetto!!!

Attacchi di panico

Gentile dottoressa, sono oramai 6 mesi che vivo con gli attacchi di panico. Tutto è cominciato con la morte di mio padre, da allora non riesco più a controllare l’ansia. Premetto che sono sempre stata una persona ansiosa, ma non mi era mai capitato di soffrire di questo  disturbo. Non so neanche se si possa definire in questo modo. Ho letto i suoi articoli, ma vorrei sapere, nel  mio caso specifico,se devo  farmi prescrivere dei  farmaci o devo solo aspettare che passi altro tempo per metabolizzare la morte di mio padre. Può darmi dei consigli? Grazie.

Eleonora

 

Salve Eleonora.

Le informazioni che lei mi ha dato sono davvero molto poche per poterle dare indicazioni specifiche su quello che sarebbe meglio fare nella sua situazione. Sicuramente l’ansia, il panico, sono sintomi di un malessere che attualmente lei sta vivendo, ed è altrettanto sicuro che molto dipende dal lutto che l’ha colpita 6 mesi fa. Infatti la prima crisi può verificarsi dopo un periodo di alta tensione, come la perdita di una persona cara attraverso la morte o la separazione e anche dopo che lo stress è scomparso, gli attacchi di panico persistono. Per questo la invito a non prendere alla leggera il suo problema. In molti casi le crisi diminuiscono fino a sparire, ma in altri continuano e peggiorano rendendo molto difficile la normale vita di tutti i giorni. Il trattamento di base per il disturbo da attacchi di panico, utilizza  farmaci e psicoterapia. I farmaci utilizzati sono gli ansiolitici con lunga durata d’azione, che riducono l’ansia o il disagio, ma contemporaneamente le consiglio di rivolgersi anche ad uno psicoterapeuta. La psicoterapia in questi casi può aiutarla a far venir fuori degli stati psicologici repressi che le causano ansia e malessere.

Buona giornata

 

Fobia di soffocare

Salve dottoressa io da 3 settimane combatto con una fobia di mio
figlio di 9 snni. Fobia di soffocare mentre mangia. Ha perso gia 4 kg.
Mi può aiutare è urgentissimo.
Grazie

 

Gentilissima A.,

Nella mail non mi ha scritto se il problema di suo figlio dipende da qualche fattore traumatico o se è comparso all’improvviso senza motivi apparenti.

Non so se ha mai sentito parlare di anginofobia che consiste nella paura irrazionale di morire soffocati da qualcosa che vada di traverso, come cibo, liquidi ,saliva.

La paura non è relativa tanto allo stimolo in sé del deglutire, quanto piuttosto al terrore delle conseguenze date dal farlo.

I soggetti colpiti possono essere sia bambini che adulti,  e le persone che soffrono di questo disturbo, in genere hanno sperimentato in prima persona brevi esperienze traumatiche di soffocamento durante i pasti o, semplicemente, è capitato loro di osservare persone esposte al trauma.

Tale prima esperienza da luogo, come sa bene chi ne soffre, a una complessa sintomatologia post traumatica (ansia, evitamento, incubi notturni in cui la persona rivive il trauma o l’esperienza temuta, depressione, isolamento sociale, perdita di peso, senso d’incapacità).

Da quel primo episodio fatale, ecco che nella persona, vanno a innescarsi a livello cognitivo, emotivo e comportamentale, tutta una serie di reazioni e di tentate soluzioni, che anziché alleviare e risolvere il problema, va ad alimentarlo, dando luogo a un circolo vizioso disfunzionale e patologico.

Il quadro sintomatologico si caratterizza per la presenza di:

Pensiero frequente “ora mi soffoco”. Si è ossessionati da tutto ciò che di più terribile potrebbe succedere durante i pasti e da qui scaturisce  l’evitamento del cibo: Con le migliori intenzioni la persona, pur di non rinunciare ad alimentarsi, cerca di rendere il momento del pasto il meno sofferente possibile, inizia così a eliminare dalla propria dieta cibi ritenuti pericolosi (carne, salumi, pasta, verdure).

Il pensiero ricorrente è : Più eviterò di mangiare qualcosa, più confermerò a me stesso la pericolosità del cibo evitato e più avrò la convinzione che quel cibo sia pericoloso e quindi da evitare.

Così facendo aumenteranno le paure, l’ansia e come in un’escalation, si andranno  a restringere sempre di più gli alimenti deglutibili . Ecco che la persona che soffre di anginofobia si ritroverà, pur mosso dalle sue migliori intenzioni, a essere in grado di poter mangiare esclusivamente alimenti ben selezionati e facilmente deglutibili come: omogeneizzati, passati di verdure e liquidi, fino al momento in cui anche il semplice deglutire, acqua e succhi di frutta, diventerà difficile se non impossibile. Questo tipo di fobia non è rara, ed è un equivalente del disturbo di panico. E’ possibile una terapia, naturalmente dopo un inquadramento più completo.Ciò che consiglio nell’immediato è di non mostrare troppa ansia e di non arrabbiarsi o lamentarsi con suo figlio per ciò che non mangia, più si dà importanza al problema e più c’è il rischio di ingigantirlo o di far vivere al bambino sensi di colpa per ciò che “non riesce a fare” e che rende mamma e papà tanto tristi e preoccupati. Bisogna pensare che lui non mangia non per un suo capriccio, ma per una sua paura, motivata o no, è pur sempre una paura, che ha a che fare con la paura di morire. Ho letto che in alcuni casi (quelli meno gravi) può aiutare fare insieme a lui dei veri e propri esercizi di deglutizione, provando prima con i liquidi e poi con alimenti più solidi. Gli esercizi consistono nel provare a fargli deglutire lentamente il liquido, davanti ad uno specchio, facendogli vedere tutte le varie fasi : ingerire il liquido(poco alla volta) , tenerlo in bocca e poi mandarlo giù lentamente, facendogli osservare proprio il momento in cui passa attraverso la gola, fatto questo si dimostra alla persona che tutto è andato bene, che è la natura di ogni essere vivente quella di poter  ingoiare cibo e che solo così si può sopravvivere. Non so quanto possa aiutarla quello che sto scrivendo, credo che il problema possa essere risolvibile andando a ricercare la causa e se non è di origine traumatica bisogna ricercarla nella sua vita affettiva o scolastica. In entrambi i casi le consiglio di rivolgersi ad uno specialista

Un grande in bocca al lupo

 

Adolescenza e videodipendenza 

Buongiorno dott.ssa Migliaccio,

le scrivo per chiederle un supporto. Mio figlio ha 14 anni e ha finito di frequentare il primo liceo scientifico, da anticipatario. E’ un ragazzo sensibile e poco estroverso, che è sempre andato bene a scuola, fino all’incontro fatale con un videogioco.Voglio prima raccontarle un precedente: in terza media il cugino gli fece conoscere Dofus, un videogioco che lo ossessionò al punto da diventare irritabile e aggressivo: dopo un paio di mesi, inutili le parole, mio marito gli tolse la tastiera del computer. La sua reazione fu quasi di sollievo e da quel momento riprese ad andare bene a scuola e l’attività sportiva (pratica il calcio).

Veniamo a tempi recenti: a febbraio un compagno di classe venne a casa nostra e lo istruì sull’uso di un videogioco on line di guerra. Da quel momento ha iniziato a calare il rendimento scolastico e l’interesse per lo sport: in realtà poco alla volta, così che ogni volta ci convinceva che non era il gioco la causa. Durante il gioco (io e mio marito siamo fuori casa tutto il giorno, c’è una tata in casa anche per la sorella più piccola) lui fa il capomissione ed è colui che porta a casa il risultato, dirigendo gli altri. Abbiamo iniziato a limitargli a 2 ore al giorno il gioco, ma poi la poca possibilità di controllo e la stanchezza da parte nostra non ci ha permesso di esercitare realmente la restrizione.

Alla fine, 10 giorni fa gli abbiamo tolto tastiera e mouse, cui han fatto seguito 2 giorni di reazioni pesanti (ha buttato tutto per terra in camera sua, si è chiuso in bagno,..): la situazione si è via via normalizzata, ma ha chiuso il dialogo con noi, se non per inveirci contro parolacce e cose tipo “voglio morire tanto a voi non interessa niente di me”. L’epilogo 2 gg fa con l’uscita dei quadri ed il debito di inglese, lui che ha sempre avuto ottimi voti.

Ho provato a stimolarlo ad incontrarsi con i suoi compagni, risponde che non gli interessa: ieri sera però alla cena di fine anno con genitori e figli siamo riusciti a trascinarlo con noi e lui ne è stato contento.

Come possiamo fare dottoressa per ripristinare un dialogo civile ed equilibrato? Potrebbe aver senso ridargli la tastiera limitandone l’uso a 2 ore al giorno (e questa volta per davvero) dicendogli “d’accordo, riproviamo, vediamo se hai capito la lezione”?

 Gentile Signora P. ,
l’età di suo figlio è un’età molto delicata, e capisco perfettamente la difficoltà che può provare un genitore costretto a dover prendere delle decisioni che, a volte, creano ancora più tensione e distanza tra le parti. 
Da ciò che mi racconta, suo figlio è un soggetto particolarmente sensibile agli effetti adrenalinici di alcuni videogiochi che, di solito, rappresentano scenari di guerriglie o di sport estremi, in cui il giocatore si immedesima totalmente con il protagonista del gioco, tanto da sviluppare una personalità compatibile con quella richiesta dallo scenario del gioco stesso.
Quando il giocatore smette di giocare, continua a vivere ancora quelle ambientazioni, con quei rumori e quelle immagini che  per tante ore sono state la sua unica realtà, e nel suo corpo è ancora in circolo l’adrenalina che lo aiutava a districarsi da situazioni potenzialmente fatali per il suo avatar.
L’effetto dura per alcuni minuti, fin quando non ci sarà qualcosa o qualcuno che attirerà l’attenzione del ragazzo e sarà così che avverrà il distaccamento della personalità reale da quella virtuale. Questo è ciò che avviene in una situazione di “normale”immedesimazione tra il giocatore e il suo avatar, ma quando ciò non accade le due personalità si fondono e il giocatore non abbandona quello stato emotivo e irreale che ha vissuto fino a poco prima, tanto da sentire un bisogno incessante di fare ancora parte di quel mondo virtuale che lo rendeva forte e invulnerabile, come non sente di essere nella vita reale. 
E’ questo bisogno che riporta al gioco virtuale sempre e comunque: la vittoria rinforza la convinzione di poter nutrire l’Ego con migliori prestazioni e la sconfitta spinge al tentativo di riscattare la propria autostima minacciata dal fallimento.
Un rapporto disturbato con il videogioco finisce per sostituire facilmente e completamente ogni altro tipo di relazione sociale, favorendo uno stato di isolamento e di individualismo che dispone all’introversione, limita l’apprendimento di utili abilità sociali, creando spesso problemi anche nei rapporti con i familiari, e ad uno scarso rendimento scolastico. A mio parere le problematiche nell’uso dei videogiochi, e l’eventuale incremento di disturbi connessi all’apprendimento che qualche volta sfociano anche nella violenza, spesso vanno fatti risalire all’abbandono, all’errata convinzione che i nostri figli siano grandi e non abbiano più bisogno di noi . A partire da qui, per reazione, possono innescarsi processi di evasione e disturbi cognitivi. È una sfida difficile per i genitori, combattuti tra l’impossibilità di vietare totalmente l’uso del videogioco e la difficoltà di essere più presenti nella vita dei loro figli. 
In ogni caso, è sempre importante che i genitori non lascino stabilire ai propri figli da soli, i tempi, le modalità e gli argomenti dei videogiochi. In particolare, per ciò che concerne le tematiche dei giochi, è consigliabile valutare bene i contenuti dei videogames acquistati, evitando sempre sfide violente o eccessivamente competitive.
La regola migliore rimane sempre la prevenzione che si fonda su buone abitudini e su poche deroghe, senza eccessi di controllo né eccessiva fiducia in un’autonomia che, una volta instaurato un comportamento di abuso o dipendenza, diviene difficile rivalutare.
Ciò che mi sento di consigliarle è di essere più presente per suo figlio, e se anche deciderà di permettergli di riprendere il computer o il videogioco, suo figlio avrà ben chiare le regole che lei e suo marito stabilirete. Cerchi di creare più occasioni di uscite familiari o di gioco tra di voi,cercando di non lasciarlo troppo da solo. E’ utile trasformare l’utilizzo dei videogiochi in sfide con amici o familiari, in modo da rendere il gioco uno strumento di socializzazione, piuttosto che di isolamento.

Il dialogo con suo figlio riprenderà quando lui capirà che la vita, quella reale è fuori dalla sua stanza e che voi sarete  presenti e attenti ai suoi bisogni. L’adolescenza è un’ età difficile, al di là dei problemi creati dai videogiochi, i ragazzi vivono una continua sfida con gli adulti che, a volte, a causa dei loro sensi di colpa, non riescono a dire “no”.
Tenga duro, le auguro che tutto si risolva al più presto.

 

 

Mio figlio ha la sindrome da deficit d’attenzione ?

Sono una mamma di un bambino di 6 anni, che attualmente frequenta la seconda elementare. Mio figlio è un bambino molto intelligente, ma a scuola non riesce a prestare attenzione durante le lezioni, e questo è motivo di malcontento delle sue insegnanti, tanto che hanno voluto che facessi visitare mio figlio da una psicologa. La dottoressa dopo aver visto mio figlio, dopo solo mezz’ora di osservazione e di colloquio, ha sentenziato che ha un disturbo da deficit dell’attenzione. Mi ha spiegato in cosa consiste e ha richiesto alla dirigente scolastica un sostegno per aiutare mio figlio. Non so cosa pensare, io non vedo quello che vedono gli altri, io vedo solo un bambino più vivace e meno studioso degli altri che non ha voglia di ascoltare le sue insegnanti. Sbaglio io nel pensare questo o dovrei far visitare mio figlio da qualcun’ altro? Mi aiuti.

 

Gentile signora,

 non so se suo figlio ha veramente la sindrome da deficit dell’attenzione e da iperattività (ADHD), lei non mi ha descritto come si comporta esattamente suo figlio in classe, eppure è proprio in questo contesto che, di solito, viene identificato questo problema. E’ proprio in classe che il bambino manifesta le prime difficoltà ed è per questo che le insegnanti, sono le prime a capire che tipo di problema ha il bambino. Capisco che ai suoi occhi suo figlio può sembrare solo un po’ vivace e poco studioso, ma le assicuro che, se la mia collega psicologa ha diagnosticato questo disturbo, è perché avrà effettivamente riscontrato in suo figlio delle caratteristiche legate all’ADHD. Anch’io al suo posto non la vivrei molto bene inizialmente, e cercherei  di consultare  altri medici o psicologi, ma al contempo le dico che, se è vero che suo figlio ha questo disordine, è molto importante che venga seguito il prima possibile da un insegnante di sostegno, perché in caso contrario rischierebbe di non riuscire a superare l’anno scolastico e perderebbe ancora di più fiducia in se stesso . Spieghi a suo figlio con molta serenità il perché dell’insegnante di sostegno e anche in cosa consiste il suo disturbo,  gli spieghi che averlo vuol dire che dovrà impegnarsi più degli altri bambini, ma non perché più stupido, ma semplicemente perchè farà più fatica a prestare attenzione e seguire le lezioni. I bambini con questo disordine sono davvero più intelligenti, ma hanno bisogno che qualcuno sappia incanalare questa energia e intelligenza per poterla sfruttare al meglio delle  possibilità. Per sapere di più su questo disturbo legga il mio articolo sull’ADD.

 

Sindrome di Peter Pan?

Buongiorno,

mi chiamo P. e sono un avvocato di 42 anni. Ho un problema che vorrei  sottoporle . Sono fidanzato da 6 anni  e la mia fidanzata ne ha 37, lei vorrebbe sposarsi, avere dei figli, come, forse, la maggior parte delle donne alla sua età, ma io non mi sento ancora pronto per il grande passo. So cosa starà pensando, quello che pensano tutti ascoltando la mia storia, e cioè che sarebbe ora che io accontentassi la mia fidanzata, ma ogni volta che lei me ne parla o comincia questo discorso, io vengo colto da ansia e cerco di cambiare argomento. So che rischio di essere lasciato da lei, ma questo non mi spinge a cambiare idea. La mia voglia di libertà è ancora troppo forte, e quando vedo i miei amici già sposati, che non fanno che lamentarsi e ingrassare di anno in anno, io sono ancora più convinto di dover aspettare ancora. Secondo lei la mia è la classica sindrome da Peter Pan? Cosa posso fare per superare queste mie ansie e paure legate alla frase fatidica : “Per tutta la vita”?

 

Caro P. il suo è uno stato molto comune negli ultimi anni. Normalmente avere 42 anni è sinonimo di  esperienza e di  stabilità economica, ma in questo periodo storico, non è così scontato, al contrario, a 42 anni oggi, si riesce a mala pena ad avere una certa indipendenza economica, un rapporto sentimentale senza pretese e una maturità affettiva disastrata. Nel suo caso, forse, c’è l’indipendenza economica, ma non mi sembra ci sia una buona maturità affettiva. Per maturità affettiva intendo la capacità di darsi all’altro senza paura, di riuscire a progettare e poi realizzare un futuro con l’altro con la sicurezza che è realmente questo ciò che si desidera. Nel suo caso mi sembra manchi tutto ciò. Avrei bisogno di sapere molte altre cose sulla sua vita per poterla aiutare, ma mi focalizzerò su alcune frasi della sua mail che mi hanno particolarmente colpito. La prima cosa che mi colpisce è quando parla del rischio che sa di correre nel perdere la sua fidanzata e che, però, non sembra preoccuparla molto. La prima cosa che mi viene da chiederle è : “Ma lei ama davvero questa donna ? ”  e  “quanto la sua ansia  non dipenda dalla  non voglia di crescere ma, semplicemente, dalla sua paura di trascorrere tutta la vita con una donna che , forse, non ama veramente?”  E ancora,  mi colpisce l’idea che lei ha degli uomini sposati. Non so se i suoi amici sono realmente come lei li vede, ma le assicuro che il matrimonio non ha sempre effetti collaterali come quelli da lei descritti! Credo che lei si voglia creare degli alibi per giustificare la sua paura di impegnarsi  veramente. Sposarsi o legarsi tutta la vita a qualcuno non deve dipendere dall’età anagrafica dei soggetti, o dalle pressioni sociali o famigliari, ma dovrebbe essere un desiderio reale e concreto di entrambi.